DIETRO OGNI PORTA C’è SEMPRE UNA STORIA

Dietro a ogni porta c’è una storia.

Partiamo dalla storia, quella ufficiale, quella che conosciamo tutti, quella della tradizione orale prima e letteraria poi. La porta è sempre stata l’elemento simbolico per eccellenza nella rappresentazione dei tanti aspetti dell’esistenza per la sua capacità di ridurre il complesso all’accessibile (e il gioco di parole è del tutto spontaneo); la porta è un’immagine di facile decifrazione che ben si presta alle varie declinazioni simboliche: dal suo essere passaggio, al segnare un confine, dal significare il transito e una zona liminare, fino al definire uno schieramento… in fondo per ogni cosa o si è dentro o si è fuori e difficilmente ci si può esimere dal passare attraverso una soglia, reale o immaginaria che sia.

Sarà perché tutti abbiamo una porta, sarà perché tutti, da tempi immemori abbiamo avuto la necessità di chiuderci in uno spazio per protezione (anche le società nomadi hanno le porte), sarà che è così esplicito il suo significato metaforico, sta di fatto che la porta nella sua semplicità accompagna da sempre la storia dell’uomo e le storie che l’uomo narra.

Lo sa bene la tradizione mitologica greco-romana che ha costruito un intero paradigma di situazioni sulla soglia con tanto di custodi, pensiamo al Giano bifronte, a Cerbero posto a guardia dell’Ade o a Ulisse di fronte alla fine del mondo segnata dalle Colonne d’Ercole, porte verso l’ignoto; lo sa bene anche la tradizione cristiana sulle cui porte – quella del Paradiso o quella dell’Inferno – vi ha indicato per estremo le posizioni manichee del bene e del male affidando la salvezza eterna a tal Pietro che prima di essere il santo portinaio di Dio fu, guarda caso, pescatore come gli abitanti del Borgo San Giuliano.

Dal sacro al profano con la rock band che in omaggio alle porte – quelle della percezione – nel 1965 decide di chiamarsi The Doors facendo la storia della musica con più di cento milioni di dischi venduti in tutto il mondo. E che dire, restando nell’ambito di percezione, delle porte che Lewis Carroll mette davanti ad Alice, tutte chiuse, ma al di là delle quali si intravede, dal buco della serratura, un mondo – il paese delle meraviglie – da scoprire con una chiave di grandezza individuale dimensionata a sorpresa da un “mangiami” e un “bevimi”. Se la fantascienza trae linfa dalla porta come limite impossibile da superare, li- mite che puntualmente l’eroe varca dopo mille peripezie dimostrando di essere all’altezza del ruolo di cui è investito (come non pensare alla Porta delle Sfingi de La sto- ria infinita), la magia di questo artificio narrativo si arricchisce quando la porta consente il passaggio nel tempo e nello spazio regalando al lettore viaggi interstellari.

Vi è poi la Porta Magica detta anche Porta Ermetica o Porta dei Cieli che a Roma si carica di leggende alche- miche per cercatori d’oro, portandoci, per assonanza au- rifera, al fascino persiano de Le mille e una notte, dove solo la formula “Apriti sesamo!” spalanca alle enormi ricchezze dei quaranta ladroni. E, sempre per restare in oriente, come non citare la Sublime Porta del Palazzo Topkapi di Istanbul divenuta l’espressione della magnificenza dell’Impero Ottomano che ha sedotto con la sua bellezza anche la fantasia di Hugo Pratt che di porte se ne intende, sopratutto quelle delle corti, quelle sconte e dette arcane, le porte delle favole dove Corto Maltese naviga tra sogno e realtà.

Quanti stipiti abbiamo varcato sulla carta stampata? Sotto quanti architravi siamo passati attraverso il “C’era una volta”? Quante porte nella vita reale abbiamo aperto?

Quante sbattute, bussate, chiuse, lasciate alle spalle? Lo dice anche un proverbio: “Si chiude una porta e si apre un portone”… e quale miglior auspicio, questo, nella sofferenza di una serratura che non gira più?

La vita stessa è una porta; volendo andare a parare nell’ambito scientifico, tra i tanti pertugi sensoriali di cui siamo dotati come esseri umani ‒ connessioni che si possono qualificare come porte tra interno ed esterno ‒ anche in corpo abbiamo una porta ed è un sistema venoso che a leggerne la descrizione pare il delta di un fiume e forse è chiamato così proprio perché il sangue sfocia da un apparato all’altro.

Ci sono portali recenti che esistono nell’etere, quelli digi- tali del world wide web, e quelli che il tempo non butta giù perché incastrati tra possenti mura di cinta come la Porta dei Leoni nella rocca di Micene. C’è una porta, a Bologna, chiamata la Porta del Sorriso che è una raffinata opera d’arte dal titolo Mind the Door, collocata nella chiesa di Santa Maria Maddalena, che si apre solo se si sorride, altrimenti, niente, non si passa. L’arte, come la letteratura, si è appropriata di questo semplice elemento della vita quotidiana facendone il corrispettivo di un sentire e del tempo; che sia grande o piccola, romanica, gotica o rococò dietro una porta c’è sempre una storia, quella di chi lo spazio lo fa e lo vive perché la porta è un carattere e ha un’identità, come fosse il tratto somatico di una costruzione, l’espressione di un’abitazione.

Vedendo le porte del Borgo San Giuliano fotografate da Giorgio Salvatori è naturale, in principio, ammirare la bellezza di un ottimo scatto, perfetto nelle inquadrature, nella valorizzazione dell’aspetto cromatico e formale dove linee e materiali creano gradevoli composizioni. Ma sarebbe riduttivo fermarsi solo a ciò.

In un rapporto visivo tra opera e fruitore che dovrebbe sdoganare l’occhio dal dato reale per dare spazio all’interpretazione, le opere di Salvatori invitano a immaginare quello che c’è dietro la soglia, quello che non si vede… e dietro a ogni porta c’è sempre una storia: chi vi abita? Quanti anni ha? Ci sono dei bambini? È una famiglia numerosa? Che lavoro fanno le persone che vivono la casa acconciata con campanellini e conchiglie penzolanti? E quelli che mettono il doppio tappetino o cintano l’ingresso con piante e fiori che pare di entrare in un giardino?

Nelle opere di Salvatori la seduzione sta soprattutto in ciò che non si vede e che si può immaginare. Per questo la scelta di fotografare le porte chiuse è poeticamente strategica: se avesse fatto diversamente, l’artista avrebbe tolto a chi guada l’opportunità di aprirle con la propria chiave interiore; allo stesso modo l’aver posto l’obiettivo frontalmente, in un dialogo “vis à vis”, permette all’osservatore di essere alla pari, alla stessa altezza, creando così la possibilità di poter girare la maniglia con gli occhi.

Non ci sono elementi di disturbo nelle immagini, i soggetti sono trattati con eleganza, con prelievi discreti e indolori, senza artifici. Non ci sono persone e questo fattore è altrettanto importante perché, così facendo, l’artista non condiziona il sentire dell’osservatore se non incuriosendo con gli elementi presenti, come se con il suo obiettivo facesse diventare il fruitore il passepartout della situazione, lo scassinatore visivo di vite private da immaginare. Giorgio Salvatori fa decidere a chi guarda se stare dentro o stare fuori: entrare significa immaginare, stare fuori significa osservare ed entrambe le scelte vanno bene. Si decide se andare a trovare chi sta dietro la porta nuova, tirata a lucido, oppure se lasciarsi trascina- re dal fascino di una porta consumata dal tempo; nella ripetizione differente dello stesso oggetto, gli elementi narrativi qualificano, ognuno a modo loro, spingendo ad andare oltre la soglia e poco importa se essi sono un innaffiatoio appoggiato a terra, un lucchetto (chissà se s’apre?), le tendine bianche di pizzo, il cartello “pericolante” scritto a mano, le orecchie della posta mai raccolta che sventagliano, il “no pubblicità”, una rosa gialla recisa che spunta dalla fessura della cassetta delle lettere o, semplicemente, il rigore di una tenda a righe che disegna l’antro facendo del telaio una perfetta cornice di mattoni a vista.

La porta è sempre un “al di là” o un “al di qua”, come il bianco con il nero, senza nulla togliere alle gradazioni intermedie della scala di grigi che di certo hanno il suo fascino, ma che obbligherebbero metaforicamente a stare sotto gli stipiti, quasi che la porta fosse una zona di sicurezza, non a caso durante i terremoti il posto più sicuro è proprio sotto le porte… il che giova nello stato di allerta, ma colloca in un limbo, pertanto meglio fare un passo avanti o indietro, decidere se stare dentro o fuori, decidere se osservare o entrare con la mente, decidere se farsi portare altrove.

E il verbo portare, che contiene all’interno la parola “porta” da cui etimologicamente vi deriva, ben si addice a questo lavoro in cui la staticità dell’elemento strutturale, ben piantato a terra, corrisponde per frizione alla dinamicità, al movimento, al suo essere motivo di evoluzioni e passaggi… e portare è un verbo di moto, lo stesso a cui invita Giorgio Salvatori con un silenzioso “Avanti!”, lo stesso che fa vivere l’antico borgo marinaro mosso in principio da quella necessità di relazionarsi con il suo “portus” conducendo così le genti al mare per farvi ritorno in terra dove, ad accogliere, vi era una porta e, allora come oggi, aperta o chiusa che sia, dietro c’é sempre una storia.

 

Di Alice Zannoni

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